Cuffaro è innocente: vi spiego il perchè

Ieri, su un notissimo quotidiano regionale on line è apparso un articolo dal titolo “Cuffariano? Sarà lei!”, il quale faceva seguito ad altri articoli apparsi di recente, sempre riferiti in modo dispregiativo al personaggio Cuffaro (“D'Alia attacca Orlando:
"Lui e Cuffaro sono preistoria" del 28/01/13 e “Scintille tra Casini e Ingroia -
Torna lo spettro di Cuffaro” del 29/01/13).

Cuffaro è, insomma, un nome oggi utilizzato per insultare o disonorare qualcuno.

E se invece la storia fosse un’altra? E se Cuffaro fosse innocente? E se il processo Cuffaro fosse un obbrobrio giudiziario? E se non ci fossero le prove? Conoscete davvero il processo Cuffaro? Sapete delle vocali “O” ed “A”?

Il processo "Cuffaro", ricordato da tutti ma da pochissimi letto, studiato e conosciuto, è un obbrobrio processuale verso il quale tantissimi – ancora – non trovano la voce per gridare allo scandalo.

Farlo (gridare allo scandalo) significherebbe sfidare l'intera opinione pubblica, la quale confortata dai tre gradi di giudizio di colpevolezza, mai si persuaderebbe dell'idea circa l'ingiustizia di codesto procedimento.

Adesso però il tempo del silenzio è scaduto.

Andiamo ai fatti:

- Totò Cuffaro è stato condannato per rivelazione del segreto di ufficio (art. 326 cp) e favoreggiamento personale (art. 378 cp) con l’applicazione della circostanza aggravante di cui all’art. 7 D.L.152/91;

- Totò Cuffaro venne, invece, prosciolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa di all'art. 416 bis cp;

- Nonostante il proscioglimento, la testarda Procura di Palermo, in un secondo processo, inquisì di nuovo Cuffaro e sempre per il reato di cui all'art 416 bis cp, reato per il quale era stato già prosciolto;

- Dal processo che poi ne seguì, sia in primo che in secondo grado, l'imputato fu sempre assolto per "ne bis in idem". Ovvero, per i non addetti ai lavori, perché per gli stessi fatti egli fu già giudicato e prosciolto per questo tipo reato, proprio in quel primo processo conclusosi con la sentenza di condanna (adesso, comunque, pende un ricorso in Cassazione che speriamo scriva la parola fine su questa seconda vicenda);

- Facendo un passo indietro e ritornando al primo processo, quello denominato “Talpe in Procura” – ricordo, conclusosi con una sentenza di condanna a 7 anni – Cuffaro fu ritenuto responsabile penalmente poiché, (questo è il tema accusatorio) tramite il medico Mimmo Miceli, informò il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro di essere sotto intercettazione.

- La prova cardine per conclamare questa penale responsabilità consistette in una registrazione in cui la moglie del boss, al momento del ritrovamento, avrebbe detto “e meno male che ce l’hanno detto”; “ragiuni… veru ragiuni avìa Totò Cuffaro”.

L’intercettazione e le parole ivi registrate, così come raccontate, non possono che apparire a qualunque lettore una prova schiacciante.

Esse furono ritenute immediatamente dimostrative della responsabilità del Cuffaro circa la fuga di notizie contestatagli.

Ma le cose – i fatti – stanno davvero così, come i giudici ce le hanno raccontate?

Vediamoli insieme, ognuno se ne farà un’opinione.

La famosa e fondamentale registrazione, circa l’intercettazione ambientale avvenuta il 16/06/2001, presso l’abitazione del boss Guttadauro, fu raccolta durante il processo a carico di Domenico Miceli (i relativi verbali processuali, dopo, faranno direttamente ingresso nel processo a carico di Cuffaro, spiegando ogni valore di prova acquisita).

Mimmo Miceli, assessore al Comune di Palermo in quota UDC, come noto, era un uomo politico vicino al Presidente Cuffaro.

Secondo l’accusa, Cuffaro, essendo a conoscenza delle frequentazioni di Miceli con Gruttadauro, informò questi di essere sotto intercettazione. Prova ne è che al momento del ritrovamento della cimice, la moglie del boss pronunciò la fatidica frase “avìa ragiuni Totò Cuffaro".

Passiamo quindi all’arcano giudiziario mai illuminato e ancora viziato da ombrosi dubbi:

Il Tribunale di Palermo affidò a due tecnici l’incarico di sbobinare il contenuto dell’intercettazione: il P.I. Roberto Genovese ed il l’Ing. Giampaolo Zambonini, funzionario della Polizia di Stato presso il Gabinetto di polizia scientifica di Roma (due consulenti nominati dai giudici, non consulenti di parte).

Le due perizie però raggiunsero risultati ed esiti opposti, diametralmente opposti.

Se per il perito Genovese, infatti, l’ascolto della conversazione avrebbe consentito la percezione della suddetta frase, Zambonini (dirigente dell’Ufficio Centrale Suoni della Polizia Scientifica di Roma), invece, aveva radicalmente escluso persino la individuabilità della frase medesima (in altre parole, secondo Zambonini, dal materiale registrato, non era nemmeno udibile alcuna frase!).

Nel processo Miceli, infatti, nonostante agli atti vi fosse la perizia del tecnico Roberto Genovese (probabilmente perché non ritenuta attendibile?), il Tribunale, ai sensi dell’art. 507 cpp, ordinò l’espletamento di un’altra perizia, affidando tale incarico al suddetto Zambonini.

All’esito delle operazioni peritali, aventi ad oggetto esclusivamente la frase in questione (veru ragiuni avìa Totò Cuffaro), il perito depositava l’elaborato peritale concludendo che:

la parte “(inc) ragiuni (inc) … veru ragiuni avia” risulta incomprensibile a livello uditivo e non analizzabile strumentalmente;

dall’analisi strumentale effettuata sulla parte “Totò Cuffaro” è stata rilevata la presenza di tratti di segnali vocali compatibili con l’andamento spettrale di una vocale “o” e di una vocale “a” (…).

Inoltre, essendo il valore della frequenza fondamentale di circa 150 Hz, con buona probabilità il parlatore anonimo è un individuo di sesso maschile;

(Adesso, fate bene attenzione:) è stato operato un ascolto da parte di un gruppo di dieci persone appartenenti al Servizio Polizia Scientifica. Il file audio è stato fatto ascoltare circa 10 volte agli operatori interessati singolarmente ed in tempi diversi. Nessuno degli operatori è stato in grado di individuare il nome “Totò Cuffaro” autonomamente. Solamente dopo aver selezionato la parte oggetto d’indagine, gli operatori sono stati concordi sulla presenza auditiva delle sole vocali “O” ed “A”.

Tutti i componenti la c.d. squadra di ascolto, sentiti a dibattimento, hanno escluso o non hanno confermato di aver udito la frase in questione. Una frase che incriminerà Cuffaro a sette anni di reclusione.

Una frase che – almeno nell’indicazione del nome di Totò Cuffaro – non è assolutamente percepibile, com’è stato evidenziato dall’analisi tecnico-scientifica disposta nel processo Buscemi/Miceli, le cui risultanze verranno integralmente acquisite agli atti del procedimento riguardante appunto lo stesso Cuffaro.

Ebbene, il Tribunale, sulla base di tali chiare ed evidenti conclusioni peritali dell’Ing. Zambonini, dirigente dell’Ufficio Centrale Suoni della Polizia Scientifica di Roma, secondo il quale la frase in esame è incomprensibile a livello uditivo e non analizzabile con alcuna strumentazione scientificamente all’avanguardia, inspiegabilmente perviene a conclusioni diametralmente opposte.

Ovvero il Tribunale di Palermo ritiene la frase effettivamente pronunciata e compatibile con le risultanze dell’altro perito, Roberto Genovese (!)

La compatibilità, leggendo la sentenza (da pagg. 934 e ss.), deriverebbe esclusivamente dalla possibilità di individuare la presenza di una vocale “O” e di una vocale “A”, in corrispondenza del tratto trascritto dal Genovese come “TotO’ CuffAro”.

È davvero possibile che il Tribunale abbia ritenuto di esprimere un giudizio in termini di certezza (l’effettiva presenza nel tratto di conversazione in esame della frase Totò Cuffaro) partendo da una mera congettura, la coincidenza delle lettere O ed A nel tratto registrato?

Intanto, così è stato.

Oppure, secondo ogni buon senso, si tratterebbe di un ragionamento non in grado di reggere alcuna verifica, neanche di tipo logico, finalizzato invece a perseguire, ad ogni costo, una tesi di parte?

Se applicassimo lo stesso metodo utilizzato dal Tribunale – ovvero la compatibilità con una vocale “O” ed una vocale “A” – decine e decine di frasi sarebbero compatibili con il contesto argomentativo della intercettazione del 15 giugno 2001.

Si considerino, a titolo di esempio, le seguenti frasi: “miO frAtello”, “tuO cognAto”, ecc. con il solo limite della fantasia.

Orbene, sapete dunque come e perché il Tribunale giudicherà illogiche le conclusioni dell’Ing. Zambonini?

Ebbene – qui il collegio giudicante si supera – l’inattendibilità delle conclusioni peritali dell’Ing. Zambonini deriverebbe dalla poca dimestichezza dello stesso con il dialetto siciliano.

Incredibile, secondo i giudici, la perizia di Zambonini, coadiuvato da altri 10 agenti, non sarebbe attendibile perché non avrebbero dimestichezza con il dialetto siciliano.

Incredibile ma vero: secondo questi giudici la frase “Totò Cuffaro” se pronunciata in italiano o in dialetto siciliano avrebbe un suono diverso!

L’assunto, tra l’altro, non tiene conto del fatto che lo stesso Zambonini ha riferito in udienza di comprendere il siciliano e che il medesimo tratto era stato fatto ascoltare, separatamente, ad altri funzionari di polizia, alcuni dei quali anche di origine siciliana.

In ogni caso, la macroscopica erroneità del giudizio del Tribunale risulta assodata, atteso che il super perito ha definito il suono in argomento “oggettivamente inudibile "(pronunciata in lingua italiana o dialettale, una cosa inudibile, sempre inudibile è!).

Inoltre, un altro aneddoto processuale, che lascia dubbi irrisolti sulla vicenda, consistette nel fatto che a pronunciare la frase incriminata, secondo il Tribunale, sarebbe stata la moglie del boss, Gisella Greco.

Mentre il super perito, Ing. Zambolini, sulla scorta di argomenti che neanche la più viva fantasia poteva smentire, ha dimostrato che il suono, emesso a bassa frequenza, anche questo non udibile, fu pronunciato da un uomo.

Ma v’è di più!

Sempre con l’intento di smontare la perizia di Zambonini, il Tribunale si spinge ad affermare che “Non meritano considerazione, poi, le ulteriori e non richieste analisi empiriche svolte, con troppa buona volontà, dallo Zambonini " (pag. 936). Insomma, i giudici criticano e contestano al perito di aver eseguito degli esperimenti e di aver fatto ascoltare detta registrazione ad altri 10 agenti della polizia scientifica, attività che sarebbero state non richieste dal collegio giudicante.

Invece, anche questa affermazione in sentenza non risponderebbe a verità. Infatti è possibile affermare, sulla base degli atti del processo, che al perito fu demandato di “appurare, compiuto ogni utile accertamento, eventualmente anche mediante il ricorso alla realizzazione di sonogrammi, compresa l’indagine empirica di ascolto diretto".

Infine, deve essere evidenziato che alle medesime conclusioni del perito Zambonini giunse anche il prof. Andrea Pavoni Belli, ricercatore presso l’Istituto Galileo Ferraris di Torino, che, interpellato dalla difesa di Cuffaro, ha escluso in modo perentorio e risoluto che nella registrazione del 12 giugno 2001 sia percepibile il passo ritenuto esistente dal consulente del Pubblico Ministero (ma siccome è una perizia di parte al pubblico fazioso questa perizia non assumerà alcuna rilevanza).

In sintesi, la Corte di Appello ed il Tribunale palermitani, per accreditare la perizia Genovese, ritennero che la frase oggetto di perizia fonica (“ragiuni… avìa Totò Cuffaro”) fu effettivamente pronunciata essendo “compatibile… con le risultanze degli altri periti e consulenti” sol perché vi era stata la possibilità di individuare la presenza di una vocale “O” e di una vocale “A”.

Adesso – secondo logica, diritto, scienza e buon senso – a chiunque chiedo:

Può mai affermarsi che la presenza di una “O” ed una “A” – vocali presenti in migliaia di parole – possano consentire un giudizio di compatibilità fra la perizia Genovese e quella di Zambonini?

Com’è possibile superare la conclusione peritale dello Zambonini (perito nominato dal Tribunale) il quale affermò che le vocali suddette sarebbero state comunque pronunciate da un individuo di sesso maschile e non femminile (e che quindi esse non potevano essere attribuite alla signora Gisella Greco, moglie del boss Guttadauro)?

Poteva essere ignorata l’altra conclusione peritale dell’Ing. Zambonini, secondo cui la frase “veru ragiuni avìa” risultava incomprensibile a livello uditivo e non analizzabile strumentalmente?

Quale giudizio, in termini di assoluta certezza, senza contare le conclusioni delle perizie di parte, poteva essere formulato dai giudici sulla scorta di inconciliabili perizie disposte d’ufficio dallo stesso Tribunale?

Ebbene, rispetto a tali quesiti, rilevantissimi sul piano probatorio, che hanno carcerato Cuffaro, la Corte di Appello di Palermo non ha fornito alcuna risposta.

Pag. 435, sentenza di appello: “ritiene la Corte, che pur a fronte di tale conclusione (riferimento alla perizia Zambonini) l’individuazione anche delle sole due lettere corrispondenti al nominativo del Cuffaro non può fare individuare la perizia Zambonini quale elemento di smentita dei risultati cui è pervenuto il Genovese essendovi anzi una seppur parziale coincidenza. Posto quindi che una completa contraddizione nei risultati delle due perizie non vi è, sicchè anche l’argomento difensivo sul punto va respinto non potendo ritenersi una totale inconciliabilità come prospettato, rimane il significato probatorio invero di grado elevato di un accertamento compiuto da un soggetto, il Genovese, che certamente ha dimostrato così come puntualmente evidenziato nell’impugnata pronuncia, una ben maggiore capacità di individuazione e traduzione di colloqui e frasi in dialetto siciliano come quella appunto riguardante il termine in precedenza segnalato.”

Le domande ed i dubbi sulla colpevolezza di Cuffaro, quindi, restano:

Rimane l’inconciliabilità sostanziale tra le due perizie (Genovese=comprensibilità; Zambonini=incomprensibilità a livello uditivo della frase non analizzabile con alcuna strumentazione scientificamente all’avanguardia).
Come si è potuto attribuire maggior credito all’accertamento compiuto dal perito Genovese un “significato probatorio di grado elevato”? (Genovese è professionalmente meno qualificato rispetto all’Ing. Zambonini – specialista del suono).

Quale “coincidenza” poteva essere riconosciuta alle rispettive perizie dal momento che quella dello Zambonini escludeva la possibilità, a livello strumentale, della percezione della frase?

Non vi pare che sul punto vi sia una forzatura concettuale?

La frase “Totò Cuffaro”, espressa in perfetto italiano o in ciancicato dialetto, modifica la sua comprensibilità all’ascolto di un non siciliano?

Davvero, non avete alcun dubbio? Proprio nessuno?

Beati voi.

Piero Lipera

PS: Il presidente della Corte d'Appello di Palermo che giudicò Cuffaro celebrò un solo processo a Palermo. Venne trasferito in quella sede soltanto un mese prima del processo e poi, dopo la sentenza, fu ritrasferito in altra sede.

In Cassazione, nonostante la richiesta di annullamento del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, la Corte non si espresse lo stesso giorno, fatto assolutamente originale. Più unico che raro. L’indomani, votando a maggioranza, la Sezione rigettò il ricorso di Cuffaro.

Infine, ecco qui i links in cui Roberto Genovese depose al processo, spero notiate le contraddizioni:

http://www.radioradicale.it/scheda/199591/processo-a-domenico-miceli-e-francesco-buscemi

http://www.radioradicale.it/scheda/200028/processo-a-domenico-miceli-e-francesco-buscemi

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