Locus Communis, schiavi e vittime
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Locus Communis, schiavi e vittime

“Hello!”
“Hi!”
“where are you from?”
“Italy!”
“Oh my gosh!, Italy! Amazing! Roma , Firenze, Venezia…Milano, are you from Milano?”
“…Ehmm no, i’m from Sicily…do you know Sicily?”
“Oh yeah!! Mafia, Padrino, Don Corleone…”
“…………..”

Alzi la mano chi, durante i propri viaggi in terre lontane, non abbia sostenuto almeno una volta la sopracitata conversazione con uno abitante del luogo, sia stato esso inglese, francese, spagnolo, islandese, norvegese, svedese, eschimese o lappone.
Ebbene, signore e signori siete stati vittime del famigerato “luogo comune”, ovvero un'opinione (non necessariamente "vera") o un concetto la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l'ovvietà o l'immediata riconoscibilità.
Come dire che ogni siciliano appartiene all’onorata società o che ogni vecchietto che indossa la coppola e ha un filo di raucedine discende da un nobile ramo della famiglia Corleone.
Ed è proprio questo l’oggetto della mia riflessione, e costituisce il nostro “locus communis” ossia il luogo dove ci si incontra e si discute, una sorta di spazio virtuale collettivo.
Di luoghi comuni ne conosciamo tanti, e, senza nemmeno accorgercene, li utilizziamo frequentemente nella quotidianità: “Ha visto? Non c'è più l'educazione di una volta!, Auguri anche a lei e figli maschi, di mamma ce n’è una sola, il primo amore non si scorda mai, non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio.”.
In particolare ce n’è uno che va di gran moda negli ultimi anni, sto parlando di un luogo comune che ha scalato le classifiche e che ha conquistato la vetta, un po’ come successe a Gianni Morandi quando cantò la canzone preferita delle mamme: In ginocchio da te.

Appare come un raro capolavoro di banalità, ovvietà, ignoranza, ipocrisia e cinismo; ma soprattutto possiede una spiccata capacità offensiva e lesiva della dignità dell’essere umano.
Avrete certamente intuito che mi riferisco all’errato assioma: ”I clandestini rubano il lavoro agli italiani!”, slogan che qualcuno, appassionato del colore verde acquitrino, sbandiera ai quattro venti in cerca di facile consenso.
Si tratta di un concetto intriso di forte ignoranza, che volutamente non tiene conto di una serie di fattori sociali ed economici; analizziamo la questione con più attenzione.
Per sgombrare il campo da ogni fraintendimento bisogna distinguere i clandestini dai richiedenti asilo; i primi sono coloro i quali non possiedono documenti validi e devono essere espulsi poiché incompatibili con la permanenza sul territorio italiano, i secondi, invece, sono coloro i quali chiedono protezione allo Stato italiano e sono in attesa che la loro posizione venga esaminata da un apposita commissione ministeriale.

Chi sostiene che questi ragazzi rubino il lavoro agli italiani non sa ad esempio che molti di loro, una volta ottenuti i documenti, ambiscono a delle occupazioni con le quali ormai pochissimi italiani vogliono confrontarsi: potatori, calzolai, artigiani, intagliatori.
Personalmente non ho mai sentito nessuno dei miei coetanei lamentarsi di aver perso il posto di lavoro, o di essere stato superato nella graduatoria di un concorso pubblico da un nigeriano, da un gambiano, da un ivoriano o da un senegalese.
Ho tanti amici, invece, che hanno lasciato la Sicilia per andare a lavorare al nord, sopravvivendo con uno stipendio misero, e in questo caso l’Africa e i suoi abitanti non c’entrano nulla; ma questa è un'altra storia.
Nel j’accuse contro gli extracomunitari nessuno evidenzia un importante risvolto per l’economia italiana: gli immigrati in possesso di un regolare contratto di lavoro si integrano sul territorio, formano la propria famiglia, spendono il denaro guadagnato negli esercizi commerciali, pagano le tasse, aumentano il gettito fiscale nelle casse dello Stato ed innescano un circolo virtuoso di cui l’Italia in questo momento ha un gran bisogno.

Nessuno nasconde le difficoltà che l’Italia e soprattutto la Sicilia sta affrontando in conseguenza delle continue e costanti ondate migratorie, ma perché dibattere solo degli aspetti negativi e non anche di cosa è possibile fare per rendere migliori le loro e le nostre vite. Siamo tutti sulla stessa zattera, non smettiamo di tenere la giusta rotta, affrontiamo con tenacia e positiva ostinazione i momenti più difficili, sconfiggiamo i luoghi comuni.

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