Giuseppe Lipera: quando la professione forense diventa una missione

L’incontro con l’avvocato Giuseppe Lipera, noto penalista di fama nazionale, avviene in tarda serata nel suo studio dopo aver concluso gli appuntamenti con i vari clienti.

L’intero ufficio, accogliente ed elegante, ci permette di conoscere parte della carriera del legale: i quadri e i manifesti descrivono e spiegano le tantissime vittorie giudiziarie. Ogni singolo spazio parla dell’attività forense e della dirompente personalità del Lipera.

La cosa che ci colpisce particolarmente, non è l’ordine, dei vari successi esposti con estrema cura e raffinatezza, ma è il quadro in cui vi è un estratto dell’opera del F. Carnelutti. L’opera in questione è: “Le miserie del processo penale”.

Il breve periodo, estrapolato da tale opera, descrive perfettamente l’intera filosofia dello studio legale Lipera; esso recita: “ Ad Vocatus, colui che è chiamato a soccorrere, è colui al quale si chiede, in prima linea, la forma essenziale dell’aiuto, che è propriamente l’amicizia”.

I clienti dello studio non sono dei semplici ed anonimi utenti, che hanno bisogno di uno sterile parere legale o di una fredda prestazione; infatti essi vengono aiutati, ascoltati e compresi con la cura e l’attenzione che un vero amico può e deve dare al compagno bisognoso.

Giuseppe Lipera, persona imponente e garbata allo stesso tempo, ci accoglie con una calorosa stretta di mano per nulla stanco dopo un’intensa e faticosa giornata di lavoro. In quest’incontro abbiamo avuto modo di approfondire non solo la sua complessa figura professionale, ma abbiamo capito e compreso la grande passione di quest’uomo per la sua professione.

Nel 1980 si laurea in legge, presso l’università degli studi di Catania; nel 1983 a ventisette anni s’iscrive all’albo dell’ordine degli avvocati catanese. Fonda l’associazione forense “Avvocatura e Progresso” , il cui principale obiettivo era l’abolizione di ogni differenza tra la figura del procuratore legale e dell’avvocato.

Nel 1985 occupandosi della difesa di un innocente il M.llo dei Carabinieri Luigi Martino, accusato per mafia dai magistrati di Torino si scontra con l’ingiustizia giudiziaria. Il M.llo Martino verrà assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Torino e sarà fra i primi in Italia ad avere riconosciuto l’indennizzo per ingiusta detenzione. In quell’anno incontra Enzo Tortora con il quale instaura da subito un rapporto di stretta e disinteressata amicizia. Nel 2004 apre il suo secondo studio a Roma, mentre nel 2005 assume al difesa del giovane gay a cui avevano tolto la patente di guida perché omosessuale.

Ora sta difendendo con estrema passione il caso di Bruno Contrada ex capo della squadra mobile e della Criminalpol di Palermo. Ha difeso e continua a difendere l’ultrà catanese Antonino Speziale accusato di aver ucciso l’ispettore Raciti durante gli scontri del 2-2-2007.

La prima domanda che poniamo al nostro protagonista è la seguente:
Secondo lei come si può migliorare il Servizio Giustizia? Cosa si può fare per cambiare in meglio il nostro sistema giudiziario e cosa ne pensa del processo breve?
“Come si può migliorare il Servizio Giustizia? Sicuramente cambiando il sistema del reclutamento dei magistrati. Essere favorevole al processo breve è un’ovvietà, perché non ha senso giudicare una lite dopo tanti anni o punire dopo troppo tempo. Faccio una riflessione elementare: esiste in natura lo “Ius Corrigendi”. Il primo dovere dei genitori è educare anche i figli e a volte i figli si educano con le punizioni. Ad esempio il bambino che ruba la marmellata può e deve essere punito con un piccolo schiaffo, ma la punizione deve essere data subito, non si può punire il bambino dopo sei anni. Diversamente il bambino non ne capirà più il motivo e poi non sarà più bambino. La punizione ha un senso nell’immediatezza, solo con l'immediatezza il bambino capirà che non deve rubare la marmellata. Ora trasportiamo questo concetto, altamente semplicistico, nel campo del penale. L’omicidio è un reato gravissimo, ma se mandiamo in carcere una persona dopo vent’anni che ha commesso un delitto efferato si manderà in carcere un’altra persona.

I processi si devono fare velocemente, si deve lavorare presto e bene, non è giusto fare semplici rinvii a quattro o a sei mesi. La custodia cautelare deve essere brevissima, deve durare un numero X di giorni, perché sennò diventa un carcere preventivo di una persona che potrebbe essere innocente. Io sono contro il carcere preventivo ed in carcere metterei solo le bestie feroci, acclaratamente feroci, perché rappresentano un serio pericolo per la collettività. Non può essere accettato che prima si arresti il soggetto e poi si cerchino le prove. Non è civiltà giuridica.

Non è nemmeno civiltà giuridica che un giudice diriga il dibattimento e partecipi alla decisione. L’attività del magistrato è il lavoro più difficile al mondo, perché suo compito è quello di giudicare. Io sono del parere che bisognerebbe diventare magistrati quando si è già maturi. Ad esempio in Inghilterra non si diventa magistrato se non si ha almeno quarant’anni, con una reale maturità di vita e una reale maturità professionale”.

Il suo assioma è: “l’imputato colpevole si assiste, l’innocente si difende”. Si è mai rifiutato di difendere qualcuno?
“No, perché chiunque ha diritto all’assistenza, anche perché la presenza del legale garantisce la regolarità del processo. Anche il colpevole ha diritto che si proceda secondo le leggi. È chiaro però che quando riconosco di difendere un innocente che ha subito un torto ingiusto scatta in me una molla sentimentale, per cui mi accanisco. Se scopro che un’innocente è in carcere divento feroce. Del resto, mi creda, difendere un innocente è la cosa più gratificante che può capitare ad un avvocato, come per il medico curare malati è difficile”.

Qual è il caso che vorrebbe studiare e affrontare che ancora non le è stato affidato?
“Il caso che mi sarebbe piaciuto difendere, perché sono convinto che l’imputata è innocente, è: “ Il caso Cogne”. Sono convinto che la difesa sbagliò a chiedere il rito abbreviato, si doveva fare il pubblico dibattimento. Per me AnnaMaria Franzoni è innocente, perché una madre che uccide il proprio figlio è pazza e se la Franzoni non è pazza è innocente. Non c’è altra via.

Io del caso Cogne ho letto tantissimo. Ci sono due ipotesi: la prima che possa essere entrato qualcuno, nel lasso di tempo che la madre accompagnò l’altro figlio al pulmino della scuola, e l’altra ipotesi, che non è stata considerata da nessuno, fatta da una giornalista, che fece una ricerca molto accurata documentandosi anche con medico, ipotizza un evento rarissimo: un’ aneurisma che provoca lo sfondamento del cranio del bambino che a quell’età è molto fragile.

Le foto che si vedono della stanza del delitto, descrivono una stanza inondata di sangue nella quale anche la signora avrebbe dovuto anche avere i capelli intrisi di sangue. Non penso, che in quella furia indossò una cuffia, per proteggere i capelli. È scomparsa l’arma del delitto, è scomparsa la cuffia. Queste sono le due ipotesi su cui si dovrebbe lavorare. C’è da dire che quando si difende una persona che non ha commesso un reato, non è tuo compito scoprire chi è colpevole. Io sono convinto che prima o poi ci sarà una revisione del processo”.

L’albo dell’ordine degli avvocati catanese è pieno di tanti avvocati. Quali caratteristiche deve avere un avvocato per svolgere seriamente e veramente la professione forense?
“La professione dell’avvocato è una professione come tante altre. Ci sono dei medici bravissimi, che sentono il loro lavoro come missione e ci sono dei medici che fanno con sufficienza il proprio lavoro e altri addirittura in maniera mediocre. Queste caratteristiche si trovano in qualunque tipo di mestiere o professione. L’avvocato alla fine non è un giudice; lo si sceglie senza che nessuno lo imponga, e se dovesse andare male il rapporto con quel legale, si può sempre cambiare avvocato”.

Parliamo della sua parentesi politica. Come mai ha deciso di dedicarsi solo all’attività forense e lasciare il mondo della politica? Nel 1991 fonda il Movimento Popolare Catanese, tale Movimento si chiude nel 1993 come mai?
“Entrai in politica nel 1988, dopo aver conosciuto Enzo Tortora. Vennero i Radicali a Catania tra cui Marco Pannella e mi ritrovai per caso, senza averlo chiesto, nella Lista Civica Laica e Verde. Fui eletto consigliere comunale, perché Pannella si dimise ed entrai io al suo posto. Diventai assessore, feci tutto il mandato consiliare e nel 1991 creai “ il Movimento Popolare Catanese” , perché pensavo, e lo penso tutt’ora, che per risolvere i problemi di una piccola città come Catania, le sterili contrapposizioni ideologiche possono aiutare poco.

Volevo ricreare un Movimento come aveva fatto all’inizio del secolo scorso Giuseppe De Felice Giuffrida. Un movimento fatto da uomini di cultura, imprenditori, professionisti. L’idea fu questa e facemmo un bellissimo lavoro. Nel 1993 morì mio padre e quest’evento luttuoso e triste fece si che abbandonassi politica. Anche se nel 1996 mi trovai candidato al Senato nella lista Pannella - Sgarbi e presi il 5,5% di voti a Catania. (anche se poi in quella lista non ci considerarono né Pannella né Sgarbi). Fu un bel successo morale. E dopo mi allontanai per sempre dalla politica”.

I suoi casi sono tutti, per la maggior parte, casi eclatanti, importanti con grande risonanza mediatica. Il caso, anche umano, che l’ha colpito più di tutti sino ad oggi qual è stato?
“Il caso che sicuramente mi ha colpito più di tutti, anche per la sua grande componente umana, è un caso a cui sto ancora oggi lavorando. Parlo, ovviamente, del caso Contrada.
Bruno Contrada per me è innocente. È stato ed è tutto un grandissimo errore giudiziario. Non c’è persona più ligia, più corretta e più onesta di Bruno Contrada. Non meritava ciò che gli è stato fatto. Stiamo lavorando, affinchè trionfi la giustizia e ci sono ottime prospettive. Non posso dire di più. Stiamo andando avanti e bene!”

Lei crede nei giovani. Che tipo d’insegnamento o di massima vuole e può dare a tutti quei ragazzi fiduciosi che s’iscrivono a legge speranzosi d’intraprendere la carriera forense?
“L’ avvocato non cambia il mondo, si prende cura di alcune vicende umane. Io diffido solo dei giovani che vogliono intraprendere giurisprudenza per fare i magistrati. Mi preoccupo di questi ragazzi, perché devono essere gli altri a riconoscerti saggio e preparato a fare questo lavoro. Secondo me, devono essere gli altri a indicarti come il proprio giudice e non il contrario.

Poi si deve fare tanta gavetta, saper aspettare che arriverà il proprio momento. Il giovane è come un seme che si pianta nella terra, che a momento debito darà i suoi frutti. Se una persona poi ha talento, il talento scavalca tutti. Io sono anziano nella mia professione e capisco se una persona ha talento o meno. Ovviamente tutto è opinabile”.

Lei ha conosciuto Enzo Tortora, cosa le ha lasciato l’incontro?
“Ho conosciuto Enzo Tortora nella primavera del 1985. Mi ha trasmesso questo grande senso di ribellione per le ingiustizie. A distanza di tanti anni ho avuto modo di conoscere una persona che gli somiglia moltissimo pur non essendo un personaggio di spettacolo; sto parlando di Bruno Contrada anch’esso un uomo di cultura eccezionale.

Sono diventato amico di Tortora dopo che egli è stato condannato a dieci anni di carcere. Lo invitai a Catania e nel dicembre 1985 quando presiedevo “Avvocatura e Progresso” lo portai con me al Palazzo di Giustizia: vennero in tantissimi a conoscerlo ed applaudirlo, mentre io mi beccai le critiche per avere portato un galeotto in Tribunale.

Si dimise da parlamentare europeo; gli furono dati gli arresti domiciliari, durante i quali lo andai a trovare. Nel settembre 1986 fu assolto ed egli fu molto riconoscente con me. In Italia eravamo poche le persone che credevamo in lui, perché tutti gli girarono le spalle in quel momento buio della sua vita.

Una grande esperienza, un grande insegnamento che mi è rimasto dentro, che ha fatto scatenare in me delle molle particolari. Ho deciso di diventare penalista grazie ad Enzo Tortora e al caso del M.llo Luigi Martino. Da queste due grandi ingiustizie giudiziarie, poi risolte positivamente, presi la decisione di fare il penalista”.

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